Ciao Frank e Telio, mi sento di intervenire.
Di fatto la toscana è una delle regioni in cui molti si affittano ( pagando una cifra più o meno irrisoria) dai proprietari terrerieri, di solito contadini, i fossi e fossetti.
Fatto ciò chiedono e ottengono l'autorizzazione per riservarsi il diritto di raccolta dei tartufi.
L'autorizzazione avviene dopo un sopralluogo ove si verifica la sussistenza delle condizioni previste, tra cui anche la messa a dimora di un congruo numero di piantine micorrizate. ( spesso comprate da un vivaio "consigliato")
Ottenuta l'autorizzazione gli affittuari o conduttori del fondo appongono cartelli di "raccolta tartufi riservata".
Dico ciò perchè quello che ha indicato Telio purtroppo è vero, le zone libere per andare a tartufi in Toscana in questi ultimi anni si sono estremamente ridotte .
Il problema è molto delicato, da una parte c'è da tutelare il diritto di proprietà dei terreni, dall'altra il diritto di raccolta dei tartufi per tutti gli abilitati , non per ultima la salvaguardia delle specie tartufigene nonchè la miglioria degli ambienti tartufigeni.
Purtroppo spesso le decisioni per il rilascio dei titoli autorizzativi, i comportamenti di tartufai, di conduttori di fondi e di alcuni addetti ai controlli, sono così soggettivi, per non dire spesso anche di parte o per ignoranza in materia , che vanno ad incidere fortemente sul bene principale da tutelare, che non è di sicuro la proprietà privata o la raccolta del tartufo, ma il tartufo come bene raro di questa nostra Italia.
Io sarò drastico con i miei pensieri ma se fosse per me, ammetterei il diritto di riservarsi la raccolta, solo in impianti ex novo di tartuficoltura, gli impianti controllati ( quelli migliorati con la messa a dimora di painte tartufigene) dovrebbero essere effettuati da enti e Uffici statali e anche associazioni e non da privati, ma in quest' ultime la ricerca dovrebbe essere libera per tutti.
Di fatto il tartufo è un prodotto dello Stato e quindi di tutti coloro che, autorizzati dallo stesso, intendono ricercarlo.
Riservarsi il diritto di raccolta, a mio parere, ne dovrebbe avere pieno titolo solo colui che è riuscito, nel suo terreno, di proprietà o condotto, con spese, sudore e risorse fisiche, ad ottenenre una produzione di tartufi, quindi come conseguenza di messa a dimora di piante da tartufi e non per una produzione a vocazione naturale.
In Piemonte ad esempio i proprietari o i conduttori dei fondi recintano a rete i fossi naturalmente produttivi di pico, al fine di riservarsi il diritto di raccolta dei tartufi, logicamente in contrasto con i diritti dei tartufai locali, liberi ricercatori che, spesso, si rivolgono invano alle autorità preposte, alcuni tartufai addirittura passano a vie di fatto, come ad esempio gettare l'UREA nelle tartufaie per uccidere le micorrize.
In pratica una guerra per rivenidcare i propri diritti, ma alla fine è sempre la specie tuber che ci rimette.
Da qualche anno in Piemonte si è giunti ad un tacito compromesso, l'aquirente di un fosso o zona produttiva ne recinta solo la metà per lasciare la restante ai tartufai, ciò limita rivendicazioni nei confronti delle tartufaie chiuse e dei cani ( spesso vengono gettate esche avvelenate all'interno della zona recintata).
Ho visto con i miei occhi che queste zone recintate a rete, precludendo l'accesso anche agli animali selvatici, non hanno più la produzione di un tempo, senza contare poi che questi oltre a rendere un ambiente meno asfissiante fungono da veicoli delle spore per la riproduzione della specie.
Quindi la chiusura a rete danneggia la specie per mancata diffusione delle spore.
Ho visto coni miei occhi fossi e fossetti, sempre in Piemonte, recintati e puliti come se fossero dei giardini di ville, mancava solo il prato inglese.
L'asportazione di piante arbustive e comari, il cambiamento dell'habitat ha inciso negativamente al ciclo biologico del tartufo e la raccolta negli anni in queste zone è andata via via sparendo.
Purtroppo ci sono leggi contrastanti, ognuna tutela dei diritti ed è normale che ognuno cerca di tirare l'acqua al suo mulino.....
Finchè non cambiano le cose, chi ci rimettera la specie tuber e i cani da tartufo.
Per cambiare le cose bisogna cambiare le leggi.
Per cambiare le leggi ci vuole l'unità, cosa rara da ottenenere in questo settore, spesso omertoso e veniale.
A mio parere dovrebbe essere lo Stato a decidere se tutelare fortemente un bene comune che richiama turismo culturale e gastronomico o il bene privato, con l'esclusivo interesse del singolo, proprietario o conduttore del fondo.
Purtroppo chi decide .....spesso non sa nemmeno distinguere un tuber da un tubero, molti pensano solo a mangiarlo ma poco sanno che dietro ad ogni tartufo c'è la storia di tartufaio, di un cane e di un albero.
Mau